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Referendum e social media: manca la zona grigia

 

I hanno riguadagnato terreno nelle ultime ore, ma la stragrande maggioranza degli utenti che si sono espressi in Rete sul referendum erano per il “No”. Ecco, in sintesi, quello che numerose ricerche compiute da società specializzate in social media intelligence hanno diagnosticato con implacabile certezza: da un punto di vista strettamente numerico, il “No”, prima ancora che nelle urne, ha prevalso ovunque sui social network.

I social media sono stati il grande protagonista della campagna referendaria. Fino all’ultimo, e un po’ ridicolo, scivolone di Piero Pelù sulle matite copiative, nell’anno della “post-verità” e dei clamorosi abbagli presi da sondaggisti rispettabili in occasione di Brexit e delle elezioni americane, i social media sono apparsi come il termometro più affidabile del febbricitante dibattito politico in seno al Paese.
Non vogliamo esprimerci qui sull’importanza crescente assunta dai bot nell’influenzare i trending topic delle conversazioni online, né analizzare nel dettaglio i contenuti della campagna referendaria prodotti dall’uno e dall’altro schieramento, né perderci in lunghe disquisizioni sul ruolo delle “fake news” e sul fatto che il contenuto relativo al referendum più condiviso in assoluto su Facebook sia stata proprio una notizia falsa.

Quello che emerge, dalle modalità in cui vengono compiute le analisi e dall’atteggiamento con cui si interpretano i risultati ottenuti dagli opposti schieramenti, è l’assoluta mancanza di una “zona grigia” che pur tuttavia, per nostra fortuna, continua a esistere al di fuori di quello che i social media riescono a raccogliere: la zona grigia di chi è indeciso, di chi non esprime apertamente la propria preferenza, di chi non è coinvolto in prima linea nella campagna, di chi non è organizzato, di chi non è stato ancora coinvolto o non ha gli strumenti per capire.
Esistono spazi neutri di dibattito, sui social, o l’elettore deve sempre sentirsi a “casa d’altri” (la pagina di un sostenitore del No, il Gruppo di un sostenitore del Sì…)?

C’è di più, a nostro avviso. È ormai risaputo che il “successo” di un contenuto sui social media si basi sulla sua capacità di generare una reazione istantanea e fortemente legata all’emotività (“mi piace”, “condivido”) nel destinatario del messaggio.
A partire da questo dato di fatto, ecco che i social appaiono, al momento, come strumenti ancora immaturi rispetto alle esigenze di una democrazia avanzata: dove sono i pulsanti “mi interessa”, “vorrei approfondire”, “non sono sicuro”, “non è verosimile”? Non esistono metriche che siano in grado di rilevare il formarsi di un’opinione, ma solo la sua definitiva e fiera cristalizzazione.
Se chi si oppone a un referendum può sempre connotare emotivamente le sue argomentazioni (difendiamo la costituzione, mandiamo a casa questo o quel politico) il discorso è diverso per la parte propositiva, cui va il compito di spiegare, motivare, smentire, analizzare, fare confronti e ascoltare le opinioni contrarie. Non esattamente quel genere di contenuti che sui social vanno per la maggiore.

Se l’intento dei promotori della campagna referendaria – di qualunque campagna referendaria, di oggi o di domani - è quello di “spiegare” i motivi di una determinata scelta, quali sono le opzioni a disposizione perché un messaggio più complesso e indipendente dall’emotività del momento riesca a raggiungere il maggior numero possibile di destinatari? Una domanda, quest’ultima, da cui partire per analizzare le ragioni di un simile divario tra “Sì” e “No” e ripensare il ruolo che i social media stessi hanno assunto nella nostra vita democratica.

 

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