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E la disintermediazione, baby

 

Se ai tempi della prima di elezione di Bill Clinton il motto “it’s the economy, baby” spiegò come mai il governatore dell’Arkansas era riuscito a battere l’architetto del nuovo ordine mondiale George Bush Senior (complice la presenza di Ross Perot), questa volta è la disintermediazione a avere fatto la differenza. Donald Trump, miliardario controverso e comunque consapevole delle dinamiche della fama televisiva, identifica un gruppo demografico particolarmente omogeneo – la working class del Midwest – e costruisce un set di messaggi adatti a colpirli. Ma quello che è più importante è lo stile, che parte da un assunto: l’establishment vi propone false verità che vi hanno portato a stare peggio, io sono l’unico a dirvi le cose come stanno e cosa bisognerebbe fare per darvi una mano. Questo diventa il nocciolo della questione, atto a determinare in primis una “audience” nonché un segmento potenzialmente decisivo a cambiare il destino elettorale di alcuni stati sempre democratici nell’ultima generazione. Un micro-marketing molto consapevole, insomma.

“Donald ha sentito una voce in questo Paese che nessun altro ha sentito” dirà con toni quasi messianici a elezione conclusa Paul Ryan, speaker repubblicano della Camera spesso in contrasto con lo stesso Trump durante la campagna. E queste voci sono state spinte da un appello diretto, senza mediazioni, diventando la marea che ha sommerso i sogni e le ambizioni della candidata Clinton. Una marea che è diventata tale anche grazie all’uso della rete, da sempre luogo di libertà e “resistenza” all’establishment nonché culla del “politicamente scorretto”. Le sottoculture libertarie che nuotano nel mare del web hanno rilanciato l'approccio di Donald contro l'immagine del potere (la Clinton in sostanza). Un “politicamente scorretto” che è stato sdoganato ai massimi livelli, anche perché si tratta ormai di un linguaggio sempre più consueto nella nostra quotidianità. E quando la situazione diventa complicata per le accuse di abusi nei confronti delle donne, è la moglie di Donald ad andare a spiegare sul posto alle casalinghe del Wisconsin che suo marito non è quello che viene dipinto. E anche la figlia Ivanka si concentra su incontri nel "working Midwest" mirati a creare empatia, in maglioncino, non in tailleur.
D’altronde probabilmente molte di queste donne nella loro vita non hanno forse dovuto perdonare qualcosa al proprio uomo, rimanendo pur sempre un legame forte?

E’ la disintermediazione, baby, una cosa che Barack Obama aveva compreso per primo a livello di grandi campagne politiche. Qualcuno ricorderà che la sua popolarità era stata spinta, nella fase iniziale della campagna per le primarie, da un video per il web che  Newsweek ha considerato tra i “ top 10 meme of decade”. Si trattava di “Crush on Obama”, una release in cui una procace ragazza ispanica toccava le corde di un’altra sottocultura diffusa – quella dei film per adulti – e contribuiva a lanciare nell’immaginario collettivo degli americani un’idea poco politica ma molto efficace: Obama è sexy. In un continuo appello non tanto alla pancia quanto piuttosto agli ormoni della audience la “Obama girl” riusciva anche addirittura a dare un messaggio che più elettorale non si può: “you’re the best candidate”!

La candidata Clinton è stata prima vittima della disintermediazione “politically correct” di Barack Obama e poi di quella “politically uncorrect” di Donald Trump. Figura politica di grande peso ed esperienza e di dedizione alla nazione, Hillary come candidata non è riuscita a scrollarsi di dosso l’incapacità di essere empatica con gli elettori, complici per la verità alcune trame a dir poco opache - per non dire oscure - a suo discapito. La campagna della Clinton si è illusa che il ricorso a “star” politiche e dello spettacolo potesse colmare il gap di engagement soprattutto con alcuni gruppi specifici (millenials, ispanici, elettori tradizionalmente democratici).

Quindi LeBron James, Madonna, Katy Perry avrebbero dovuto accendere la fiamma tra i giovani ma in realtà sono visti anche loro come cultura dominante, membri di una élite che vive in un empireo. Il marito Bill la figlia Chelsea, il candidato Vicepresidente Tim Kaine le a famiglia Obama - “surrogati” di extra lusso – avevano il compito di favorire la partecipazione alle urne degli elettori vicini ai democratici. Ma nell’era della disintermediazione in politica – e anche per quanto riguarda aziende e brand – le terze parti possono confortare e garantire ma mai sostituirsi a chi deve essere scelto. E’ solo l’empatia, la capacità di connessione del candidato stesso – o della marca – che può convincere a votarlo (o a votare…con il carrello della spesa).
Questo per vincere le campagne. Poi, certamente, governare è un’altra cosa…
 

 

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